Un
pittore non dovrebbe mai illustrare il suo lavoro, dovrebbero essere le sue opere a
parlare per lui e di lui.
Ma dopo più di cinquant'anni di lavoro sento il dovere di chiarire, prima di tutto a me
stesso, il perché delle mutazioni ed il susseguirsi dei vari periodi pittorici. Mi
avvicinai alla pittura, giovanissimo, da autodidatta, per gioco. Poi, per un casuale
incontro con un vecchio medico pittore, scopri e compresi l'informale e con esso la
possibilità di dare, con masse materiche, con segni e colori, corpo alle emozioni.
Fui affascinato da questa nuova possibilità, abbandonai il figurativo e presi a
considerare la pittura sotto un altro punto di vista: quello dell'Arte come mezzo di
espressione e comunicazione ai livelli più intimi ed alti.
Lavoravo, lavoravo. Ma mi rendevo conto che qualche cosa mi mancava; fu il mio inconscio a
risolvere il problema: l'essere la figura umana prese a venire sempre più fuori della
mia pittura, quasi con prepotenza, arricchita da quella libertà che l'esperienza
informale mi aveva fatto scoprire. Come massimo dei simboli umani, della natura, dei
sentimenti e dei valori della vita, non potevo che prendere la donna e presi allora a
dipingerla in tutti i suoi aspetti: Madre, Amante, Compagna.
Nei miei quadri successivi la luce, che fino ad allora era stata soffusa e misteriosa, si
trasformò. Le mie figure si illuminarono fino ad diventare esse stesse sorgenti di luce,
immerse in una natura incontaminata. Fu quello il periodo più positivo del mio lavoro.
Ma il mio carattere inquieto continuava a scavare nel profondo, nel tentativo di capire.
Il bisogno di guardarmi dentro, fece nascere il doppio, l'immagine speculare dove la
figura si specchia per vedere se stessa nel tentativo di riconoscersi e comparvero allora
anche interventi coloristici orizzontali e trasversali che davano rotture e sottolineature
intimistiche alla mia pittura. Arrivato agli anni 1970 fui preso dall'ansia della realtà.
Non si parlava ancora di ecologia, ma il discorso era nell'aria. Abbandonai per un periodo
la tela e passai a dipingere sul vetro, materiale fragile ed insicuro. Affidai ad esso i
miei simboli umani, religiosi e naturali. Presi a girare l'Italia nei circoli Culturali
dove facevo cadere in terra i miei lavori che, andando in pezzi, scioccavano i presenti e
mi permettevano di dare il mio piccolo contributo all'allarme sulla nostra
autodistruzione, quella dell'ambiente e dei valori.
Nel mio lavoro sono sempre stato un isolato. Forse fu anche per questo che decisi ad un
certo punto di rifugiarmi a lavorare in un vecchio castello, mezzo diroccato, tra
meravigliosi boschi di castagni centenari, a Montebibico, paesino poco distante dalla mia
città di Spoleto. Ogni mattina ero costretto a percorrere chilometri in mezzo a
meravigliosi boschi dai colori vivi e cangianti per raggiungere il mio studio tra gente
montanara semplice e vera; e il mio lavoro prese ancora un nuovo indirizzo.
Nel Caos dell'Arte Contemporanea e del nostro tempo, mi sono attaccato di più al sogno e
alla speranza di un mondo migliore. Le mie opere si sono arricchite di colori, di luce, di
voglia di vivere. I quadri sono destinati, per propria natura, alla gente, agli ambienti,
alle case. Credo che l'unica possibilità che resta ad un artista, oggi, sia quella di
trasmettere, con la sua pittura, la sua positività e il grido della sua accorata poesia. Ora dipingo in un
ambiente antico nel centro della mia Spoleto, circondato dai miei lavori dal 1947 ad oggi,
che permettono, anche se a grandi linee, di seguire il moi percorso che qui ho tentato di
descrivere. Credo di aver svolto e svolgere il moi lavoro con umilità anche se pieno di
limiti nella Cultura e nei Mezzi.
Ho dipinto sempre con profonda convinzione, onestà e tanto entusiasmo.

Sergio Bizzarri
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